ATLANTE DELLA BIODIVERSITA' AGRARIA DEL MONTE AMIATA

In un momento storico in cui la crisi economica ed il crescente inquinamento non lasciano spazio agli indugi ed al tergiversare, la valorizzazione dell'agricoltura biologica, con il suo trend in continua crescita e la salvaguardia della biodiversità agricola, ancora presente sopratutto nei territori più marginali, rappresentano importanti obiettivi da perseguire per le innumerevoli opportunità di sviluppo che consentono e le evidenti interazioni che sono in grado di creare a livello economico, culturale e turistico.

La base di partenza per innovare la governance e lanciare dal basso una improrogabile progettualità condivisa, passa dalla elementare creazione degli Atlanti locali della biodiversità agricola e delle produzioni bio, che proponendo un contatto diretto tra i consumatori ed i produttori consenteno di accorciare la filiera agroalimentare ed emancipare l'agricoltura tutta dalla sua completa sottomissione agli interessi speculativi che hanno snaturato la funzione e la definizione stessa dell'intero “settore primario”

In sintesi serve incentivare progetti pilota che consentano di rilevare i dati di tutta la biodiversità agricola locale e delle produzioni bio certificate presenti in ogni comprensorio.

I dati raccolti vanno semplicemente ordinati, per la loro diffusione in rete, per prodotto e per Comune insieme ai relativi recapiti dei “punti di vendita diretta” aziendali.

Questa ambiziosa operazione, prima in tutta Europa, risulta indispensabile per consentire a tutti i soggetti coinvolti “dalla terra alla tavola” di conoscere chi produce e cosa produce bypassando le remore dei regolamenti comunitari inerenti i finanziamenti pubblici, che non consentono di pubblicizzare produzioni e produttori, mentre ogni comprensorio è libero di adottare le politiche agrarie, inerenti lo stesso marketing, che valuterà più opportune ed incisive per evolversi 

Il risultato che si prevede di raggiungere sarà in grado di orientare:

i consumatori a spendere di meno conoscendo tutte le produzioni bio locali e chi le realizza

i nostri agricoltori a spuntare dei prezzi di vendita migliori, interagendo tra di loro e aprendosi ai gruppi di acquisto, ai punti vendita specializzati, alla ristorazione locale, alla sensibilità del nostro turismo ecologico ed ai consumatori tutti.

i turisti ad apprezzare ancora di più la nostra cultura enogastronomica

le aziende agricole bio a differenziare in modo intelligente le proprie produzioni

gli agriturismi ad acquistare quanto è necessario per chiudere la filiera

i trasformatori a valorizzare le produzioni bio locali

i ristoratori ed i commercianti (GDO compresa) ad acquistare le produzioni bio locali

gli enti pubblici a valutare con maggiore attenzione l'inserimento di prodotti bio locali nella refezione scolastica ed ospedaliera.

Il progetto che il Biodistretto del Monte Amiata porta avanti con tenacia e con la sorprendente partecipazione dei giovani e di tutta la popolazione rurale, fornisce un biglietto da visita in grado di produrre evidenti ricadute per l'economia locale, promuovendo concretamente sopratutto per la nostra Montagna e le colline tutte,  un rilancio internazionale che profuma di cibo bio e di naturalezza, favorendo un indispensabile stimolo per caratterizzare e differenziare le nostre produzioni agroalimentari nell’unica direzione che la globalizzazione consente: sviluppare ciò che di meglio il proprio territorio e le intelligenze locali hanno da sempre selezionato, in contatto diretto con chi è motivatamente interessato ad acquistarlo.

AVENA MARZOLINA DELL' AMIATA

Avena a semina primaverile, adatta al clima dell’Amiata,

questa varietà si identifica con l’originale avena che veniva seminata un tempo,

i cui semi si sono persi per far posto a sementi certificate

consigliate dai “nuovi esperti” oggi per fortuna in fase di ravvedimento.

Il suo recupero è uno degli obiettivi del Biodistretto del Monte Amiata,

 

Le speranze sono legate alla possibilità di trovarla ancora vitale

presso i contadini locali

 

Siti custodi in cui è stata rilevata la presenza della varietà:

Azienda agricola Le Vene di Sotto sul Monte Labro - Arcidosso

 

 

BIANCOSPINO

Arbusto diffuso in tutta Europa anche come alberello, ai margini dei boschi e lungo le siepi,

utilissimo per delimitare i pascoli essendo pressocché impenetrabile dai greggi.

Il suo legno molto duro, oltre che di alto potere calorifico, è ottimo per i lavori di intarsio,

per costruire bastoni da passeggio, manici di attrezzi agricoli, utensili domestici,

e gli stessi denti dei rastrelli con cui si lavora nei castagneti.

Ottimo portainnesti per l’Azzeruolo (Crataegus azarolus)

e in terreni calcarei, poveri e siccitosi, anche per il pero, di cui comunque riduce il vigore.

La sua importanza risiede nelle proprietà ipotensive e sedative dei suoi fiori profumati.

Bellissimo a scopo ornamentale per la raccolta dei rami fioriti o dei rami con i frutti.

Pianta di fondamentale rilevanza a livello paesaggistico,

come per la preservazione degli habitat naturali,

che nel comprensorio del Monte Amiata sono notevolmente salvaguardati,

al punto da costituire una delle più peculiari caratteristiche del paesaggio agrario.

Per quanto non si possa parlare di siti custodi nel caso di piante ampiamente diffuse sul territorio, resta comunque importante segnalarne la presenza nelle aziende che lo utilizzano come nel caso dell''AZIENDA  BIOLOGICA ANTICHI RIMEDI DI RASA LUKSTAITE AD ARCIDOSSO

 

 Bibliografia di interesse specifico

 

Oleg Polunin “Guida agli alberi e arbusti d’Europa” Ed. Nicola Zingarelli S.p.A. 1977

 

U. Boni G. Patri e P. Rovesti “Scoprire riconoscere usare le erbe” ed. F.lli Fabbri 1977

 

R. E. Uncini Manganelli, F. Camangi e P.E. Tomei “L’uso delle Erbe nella tradizione rurale della Toscana” Dip.di Agronomia e Gestione del territorio dell’Universitá degli Studi di Pisa Edito dall’ Arsia Toscana 2002

 

Franco Mazza “Itinerari alla scoperta delle erbe officinali del Monte Amiata” Abbadia San Salvatore 2000

 

Costanza Giunti “Fiori e piante medicinali spontanee della Maremma collinare” Laurum Editrice – Pitigliano. 1998

 

M. Fregoni e G. Gambi “Prontuario di Frutticoltura” Edagricole Bologna 1978

 

Roberto Chiej “Piante medicinali” A. Mondadori Editore S.p.A. Milano 1982

 

Vincenzo Forte “Compendio di Nuova Frutticoltura” Edagricole Bologna1986

 

BOVINO MAREMMANO

Razza molto armonica, tra le più pure che si conoscono, frutto di una selezione naturale

conservata nel tempo grazie alla passione ed alla fiducia di allevatori che da sempre ne hanno apprezzato la forza, la frugalità, la robustezza e la resistenza alle malattie.

Allevata ancora oggi allo stato brado, questa razza ha un mantello grigio nelle femmine e molto più scuro nel toro che sul Monte Amiata è ricordato come nero.

La possibilità di allevare soggetti in purezza riscuote un ottimo successo

per il valore nutrizionale delle carni di questa razza

per le discrete produzini di latte ottenibili in allevamento brado

e per l’interesse non ancora scomparso nei confronti della sua primaria attitudine al lavoro,

il bue maremmano è considerato di fatto il più potente animale da lavoro e tra i più longevi, arrivando tranquillamente ai 13 14 anni di età.

 

Siti custodi in cui è stata rilevata la presenza della razza:

Azienda agricola biologica Capra Matilda di Antono Pastorelli e Sonia Pasquini a Roccalbegna

Azienda agricola biologica Aia della Colonna della famiglia Tistarelli a Roccalbegna

 

Azienda agricola Rondinelli della famiglia Ragnini ad Arcidosso

Tenuta di Paganico a Paganico

PERO SPINO DELL' AMIATA

Varietà di Pyrus communis innestata su pero selvatico (Pyrus pyraster) da raccogliere tra ottobre e novembre per apprezzarne la graduale sorbevolezza durante tutto l’inverno, con sapore ottimo e profumo irriproducibile.

Antica varietà considerata a rischio di erosione genetica e probabilmente iscritta nel repertorio toscano delle varietà e delle razze locali dal 2003, con il nome di Spina Carpi.

Secondo Gallesio (1817-1839) potrebbe corrispondere alla Pera Picena degli antichi Romani. Sicuramente presente a Firenze dall'inizio del XVIII° secolo, compare tra i soggetti dipinti ad acquarello da Tommaso Chellini (1672-1742) sulle pagine manoscritte in un’opera di Piero Antonio Micheli, con caratteristiche di forma e di colore perfettamente corrispondenti a quelle della cultivar attuale (Bellini et al. 1982). Baldini cita che Gallesio la chiama Spina Toscana precisando che a Pontremoli è chiamata invece Pera Casentina e la descrive con il suo frutto campaniforme, largo e corto dal picìolo sottilissimo e lungo e con la corteccia di color giallo-carne. Riportata in diverse manifestazioni pomologiche del XIX° secolo; risulta coltivata (1858) tra l’altro presso la Fattoria le Corti dei principi Corsini a S. Casciano Val di Pesa. Il Molon (1901) infine riferisce che è conosciutissima e ben apprezzata sul mercato di Firenze “quantunque se ne veda di rado bei campioni"

 

Dalle schede descrittive del Repertorio regionale, non risultano identificate piante coltivate sul territorio toscano, per cui gli esemplari trovati nel comune di Semproniano, nell’Azienda Sugheretello che Vania Vannini ha ereditato da suo padre e nell’azienda di Sandrino a Seggiano, potrebbero essere di notevole importanza e valore.

Conservata e riprodotta nell’Azienda Sperimentale S. Paolina CNR IVALSA di Follonica (Gr) e nell’Azienda Il Pino Istituto di Scandicci (Fi), in Italia Settentrionale, la cultivar è presente nei cataloghi dei vivaisti specializzati in "piante del passato", mentre si potrebbero infine trovare alcuni esemplari nelle collezioni varietali delle Università di Bologna e di Viterbo nonché dell’ISF-MiPAF e del CRPV.

Pianta vigorosa, di media fertilità, risulta autosterile per cui necessita di varietà impollinatrici, la fioritura è tardiva, in alcuni ambienti risulta sensibile alla ticchiolatura. I frutti con un lungo picciolo hanno una dimensione media tra i 100 ed i 250 grammi e vengono raccolti in ottobre novembre e conservati in fruttaio. La polpa è abbastanza succosa, dolce e aromatica. L’esemplare ritrovato alla fine dell’estate 2006 a Semproniano, era innestato su selvatico (Pyrus pyraster). L’epidermide è di colore verde chiaro rugosa con polpa bianco-gialla succosa di consistenza fondente che presenta scleridi al suo interno.

I frutti si utilizzano per il consumo fresco quando sono ammorbiditi e sono adatti alla cottura.

La possibilità di essere utilizzata per consumo familiare da piccoli coltivatori o "amatori" di sapori di una volta è accertata, mentre per il Biodistretto del Monte Amiata rientra tra le varietà di pero che si possono moltiplicare in situ, innestandole su selvatico e allargando la differenziazione colturale che i frutteti naturali potrebbero avere per implicita vocazione sul Monte Amiata, al fine di presentare ad un pubblico sempre più attento, l’importanza del genoma locale ed il suo collegamento alle peculiari caratteristiche organolettiche di un frutto così importante..

Bibliografia di interesse specifico

1. Anonimo, 1858- Catalogo per la pubblica esposizione della R. Società Toscana di Orticoltura. Firenze, Barbera Bianchi ed.
2. Bassi R, 2002-Sette varietà di pero che producono frutti destinati alla cottura. Vita in Campagna, (11):25-27.
3. Bellini E, Mariotti P., Pisani P.L., 1982- .Pere. In: Agrumi, Frutta e Uve nella Firenze di Bartolomeo Bimbi Pittore Mediceo. Firenze, CNR., F.& F. Parretti Grafiche.
4. Gallesio G., 1995. I giornali dei viaggi. Trascrizione, note e commento di Enrico Baldini. Firenze, Nuova Stamperia Parenti
5. Micheli P. A. (s.d.) -Enumeratio quarundam Plantorum sibi per Italiam, et Germanium observarum in acta Tournefortii methodum dispositarum. MS presso Bibl. Dipartimento Botanica, Università di Firenze, tomo X, carta 184, figura n. 60.
6. Molon G., 1901- Pomologia. Milano, U.Hoepli ed., pagg. 551-557.
7. Morettini A., Baldini E., Scaramuzzi F., Mittempergher L., 1967- Monografia delle principali cultivar di pero. Firenze, CNR - Centro Miglioramento Piante da Frutto.

8. Repertorio regionale delle razze e della varietá locali a cura dell’ex A.R.S.I.A. Toscana

 

Siti custodi in cui è stata rilevata la presenza della varietà:

Azienda agricola Podere Sugheretello e Podere Tartughino a Semproniano

Azienda agricola di Alessandro Cerboni a Seggiano

 

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SUSINA FIASCHETTA DELL'AMIATA

SUSINA FIASCHETTA DELL'AMIATA

Questo meraviglioso frutto è solo uno dei centootto che abbiamo già catalogato.

Si snocciola facilmente e ha un sapore inconfondibile, si raccoglie nel mese di luglio e contiene vitamina A, vitamina B e vitamina C, oltre a ferro, calcio, fosforo, magnesio, potassio, sodio e manganese

è un frutto energetico stimolante, diuretido, notoriamente lassativo, disintossicante, decongestionamìnte epatico

andrebbe consumato a digiuno prima dei pasti

coltivato da Aldo Zamperini a Roccalbegna e da Luca Castrini (che ce l'ha fatto apprezzare) a Castel del Piano, si moltiplica facilmente piantando i polloni radicati che crescono al suo pedale

ha un futuro invidiabile perchè proviene da piante che non si ammalano e snocciolandosi facilmente potrà essere efficacemente essiccato per essere immesso sul mercato come prugna secca

Fiaschetta secca dell'Amiata prodotta in modo naturale nel Biodistretto dell'Amiata e della Val d'Orcia

 

 

 

ZAFFERANO MAREMMANO ECOTIPO PARI

Foto Filippo Minacci

Crocus sativus

 

DESCRIZIONE E CENNI STORICI

Molti studiosi ritengono che lo zafferano sia originario della regione del Medio Oriente, con un areale che si estende dalla Grecia all'Iran, mentre la sua utilizzazione in India, Tibet (Gur gum presente in diversi preziosi Elisir), Cina e sud est asiatico, come pianta medicinale, come ingrediente di alcuni tipi di incenso e come colorante per produrre gli stessi colori delle vesti dei monaci indù e buddisti, ci permette di non escludere la sua origine in un areale ben più orientale.

I suoi meravigliosi fiori sbocciano in autunno con un brillante colore lilla, tendente al viola e tre stimmi lunghi 25-30 mm (30-40 per lo zafferano di Pari) di colore rosso bordò. Gli stami gialli, non contenendo princìpi attivi e non vengono raccolti per la produzione di zafferano puro, mentre nella produzione industriale ti anche gli steli, coloranti ed altre sostanze estraneee che aggiungono "peso aromi e colori" senza avere nulla a che fare con lo zafferano.
Ogni bulbo può produrre da uno a sette fiori. La forma coltivata è stata probabilmente selezianata dal Crocus selvatico in base alla lunghezza degli stimmi sembra che servano 36.000 fiori per produrre 1 solo chilo di stimmi.La produzione, di tale spezia, in stimmi freschi varia da 4-5 fino a 15 Kg per ettaro ed occorrono circa 60 Kg di fiori per ricavare 1 Kg di stimmi freschi che dopo il processo d’essiccamento, si riducono a soli 200 grammi. Un chilogrammo di Zafferano richiede dunque circa 180.000 fiori ed è costituito da 540.000 filamenti. Le proprietà benefiche dello Zafferano sono così contenute in tre principi attivi che, combinati sapientemente dalla natura, lo rendono capace di esaltare qualunque pietanza e soddisfare i palati più esigenti. Questi principi attivi sono: la crocina , che ha potere colorante; la picrocrocina , che ha potere amaricante; il safranale , che ha potere aromatizzante.

Lo zafferano viene coltivato nella regione che si estende dalla Grecia alla Persia, da trentacinque secoli, ed è menzionato già nelle prime forme di letteratura, come nel quarto dei Canti di Salomone, datato circa 965 a.C. Non sappiamo se nella medicina codificata dal 1900 a.c nell'antico regno dello Shang Shung nel Tibet occidentale sia presente tra i "21.000 metodi terapeutici", ma ci riserviamo di scoprirlo essendo comunque considerato tuttora un’importante medicinale in Tibet. Lo zafferano è stato descritto anche in un compendio cinese del 1596, dove viene indicato come un erba "introdotta dall’antica Persia ed utilizzata per indurre effetti positivi sulla circolazione sanguigna (rivitalizza il sangue, arresta le emorragie) e per calmare lo stato di angoscia"
.

Storicamente, lo zafferano era particolarmente importante come pianta colorante. Il colorante naturale contenuto nello zafferano, utilizzato anche in piccole quantità, conferisce un colore giallo-arancio, con sfumatura rossastra la cui intensità varia in base alla sua applicazione sul tessuto e al suo colore naturale. Il componente principale della tintura, la crocina, un flavonoide, è stato trovato anche alcuni frutti che sono in fase di sviluppo come una fonte alternativa di colorazione naturale in Cina, mentre il colore giallo di curcuma, non conferisce un colore paragonabile a quello dello zafferano.

 

L'Iran è il principale produttore di zafferano con l’85-90 per cento della produzione mondiale. La Spagna, è il secondo maggior produttore, mentre tra i produttori minori abbiamo con 'Italia anche il Portogallo, la Grecia, il Marocco, il Kashmir, la Francia e la Turchia. Lo zafferano infine è stato piantato con successo oltre che in Tibet anche in diverse province cinesi.

 

LO ZAFFERANO IN TOSCANA www.zafferanoitaliano.it

Nel Medioevo la Toscana era un centro importantissimo per il commercio dello Zafferano (indicato a volte come Cafarano), si conservano documenti che attestano la sua coltivazione a Barberino Val d’Elsa nel 1258, a Montepulciano nel 1293, a Volterra nel 1369… a Ponsacco nel 1374… Per la piazza commerciale di Pisa si ricorda invece, più ampiamente, lo “zafferano toscano” , considerato tra i migliori al pari di quello abruzzese, marchigiano e catalano . documenti degli archivi di San Gimignano testimoniano l’importanza economica dello zafferano che nel 1202 era piu’ facile procurarsi denaro contante dando in pegno a Semifonte due libbre di zafferano che offrendo terre e servi!

Lo zafferano in Toscana in questo ultimo ventennio si è concentrato prevalentemente nelle province di Siena specificatamente nel territorio di San Gimignano, i cui produttori hanno ottenuto il riconoscimento comunitario della Denominazione di Origine Protetta, in provincia di Grosseto con la presenza della Cooperativa Agricola Crocus maremma, a Firenze con il dinamismo di una Associazione dei produttori delle Colline Fiorentine che ha riportato in auge la designazione “Zima di Firenze” e singoli imprenditori in provincia di Arezzo e Lucca.

In Maremma lo Zafferano veniva prodotto anche in epoca medievale, testimonianze riportano che questa spezia veniva raccolta ed utilizzata soprattutto per la colorazione dei tessuti nsi dall'epoca romana. Altre testimonianze riguardanti la produzione e la raccolta di Zafferano nei secoli scorsi si hanno anche in altre zone del territorio maremmano come a Montecucco, Sasso d’Ombrone, Roccalbegna, Semproniano ed infine a Pari (Civitella Marittima)

 

COLTIVAZIONE

Attualmente la produzione mondiale annua varia dalle 180 alle 265 tonnellate all'anno, coinvolgendo circa 90.000 ettari di terreno. Se ben coltivato ogni ettaro può produrre circa 6 chili di zafferano l'anno Ci vogliono circa 170-200 ore di lavoro per raccogliere i fiori e rimuovere gli stami per l'essiccazione al fine di produrre solo 1 chilo di zafferano.

Lo zafferano cresce soprattutto in territori aridi con terreni sabbiosi, con estati calde e secche, che spesso richiedono irrigazione aggiunta.

Il terreno deve essere quindi sciolto e ben drenato. La concimazione sarà organica. Ottimi gli avvicendamenti con leguminose. Sarebbe utile aspettare più anni prima di reimpiantare la coltura sullo stesso terreno. I bulbi devono essere precedentemente sottoposti ad un'accurata selezione per scartare già in campo quelli provenienti da piantine poco vigorose e non allineate con il modello morfologico dell'ecotipo di Pari. In magazzino verranno quindi eliminati i bulbi malformati e quelli che presentano segni di malattie, per scegliere infine i più sani ed i più belli, possibilmente con un diametro di almeno 3 centimetri. L'impianto si realizza alla fine dell'estate.avendo cura di effettuare i necessari interventi di zappatura sulla fila ed eventuali fresature tra le file. In autunno si raccoglieranno i fiori prima che si aprano, staccandoli dalla base del perigonio ed adagiati in

sottili strati. Successivamente i fiori vengono aperti per staccare i tre stimmi ed adagiarli su vassoi ad uso alimentare per poterli essiccare a temperature non superiori 45-55°C per circa 30 minuti.

 

PROPRIETA' MEDICINALI

http://www.inerboristeria.com/zafferano-proprieta-effetti-controindicazioni.html

Per uso esterno lo zafferano applicato sulla pelle ne migliora la condizione generale e cura l'acne.

Per uso interno: migliora la circolazione sanguigna, regolarizza le mestruazioni, cura i disturbi digestivi, calma la tosse e da sollievo nel respiro asmatico, aiuta ad abbassare la febbre, calma il nervosismo e induce il buonumore essendo un antidepressivo naturale.

In Tibet, lo zafferano oltre che per gli incensi medicinali, è considerato un tonico per il cuore e il sistema nervoso. I suoi principi attivi possono inibire la crescita delle cellule tumorali.

L’Iran ha investito moltissimo nella ricerca avvalorando la tesi delle sue proprietà antidepressive. Presso l'Università di Teheran di Scienze Mediche, gli studi sulla depressione, l’ADHD, l’Alzeimer, l’autismo, la dipendenza da oppiacei e l’epilessia, suggeriscono attraverso i risultati clinici che lo zafferano è un antidepressivo sicuro ed efficace. Per esempio, in uno studio randomizzato, 30 mg di estratto di zafferano (in capsule) per 6 settimane ha portato a riduzione significativa della depressione rispetto a quelli trattati con placebo, e lo ha fatto senza effetti collaterali evidenti. In un ulteriore lavoro preliminare, lo zafferano è stato confrontato con il farmaco fluoxetina (spesso conosciuta con il prodotto di marca Prozac), e si è constatato che lo zafferano produce gli stessi effetti benefici prodotti dal farmaco, nel trattamento della depressione e dell'epilessia. Studi di farmacologia eseguiti in Iran e Giappone hanno confermato un attività anticonvulsivante nell'estratto di zafferano.

Come tutte le piante officinali anche lo zafferano usato in dosi eccessive manifesta una sua specifica tossicità che risulta alta nello “zafferano selvatico” a causa della presenza di colchicina, sostanza particolarmente tossica utilizzata comunque nel trattamento della gotta.

 

ECOTIPO PARI

Nelle cronache del trecento si riporta in relazione alla meravigliosa località di Pari, presso le terme di Petriolo, che: "Qui si coltiva uno zafferano unico e autoctono"

L'analisi dei composti volatili di questo ecotipo ha evidenziato una percentuale elevata (maggiore del 60%) di safranale, composto al quale sono associate le proprietà aromatizzanti dello zafferano.

Grazie al suo tipico aroma, lo zafferano maremmano ecotipo Pari, si presta alla preparazione di numerosi piatti, non solo risotti, paste, minestre, aromatizzando in modo inconfondibile biscotti, torte, dolci e confetture abbinate queste ultime ai prodotti caseari locali

Secondo il prof. Macchia dell'Università di Pisa che ne redasse le note descrittive, il fogliame verde scuro, ha una lunghezza medi ad i 15 cm in fiortura, con un diametro massimo di mm.2 e forma ovata larga, stimmi rossi lunghi cm. 3-4

Preme evidenziare che questo ecotipo si è salvato grazie alla famiglia Minacci di Pari, che nella propria genealogia trova riscontri orali risalenti al suo utilizzo già dal 1850, prima ancora dell'unità d'Italia. Serve ricordare a tal proposito che la schiaccia di Pasqua veniva preparata a Pari proprio con lo zafferano che quindi colorava, aromatizzava e impreziosiva questo tipico dolce pasqualeToscano. Tutte le famiglie di Pari usavano acquistare lo zafferano per la preparazione della schiaccia, dalla nonna materna di Piero Minacci e questa tradizione si è protratta fino agli anni settanta, epoca in cui con la scomparsa delle donne più anziane si è persa, sia l'usanza che la stessa ricetta originale per sua specifica preparazione.

Anche la coltivazione si stava perdendo se non fosse intervenuto Filippo Minacci, figlio di Piero che, da vero appassionato e giovane di elevata cultura, nel 2005 ha provato a ripulire le aiuole circolari in cui negli anni si erano accumulate successive generazioni di bulbi, per poterli ripiantare ordinatamente e far ripartire la tradizionale coltivazione.

Si usa raccogliere il pistillo tal quale senza ripulirlo della parte interna pallida e disidratarlo gradualmente in carta gialla spessa (usata dalle macellerie un tempo) per tre giorni al buio, quindi la conservazione dello zafferano perfettamente essiccato avveniva il scatole di legno o di cartone fino alla Pasqua.

 

 

 

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